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Presentazione

L’ACG spiegata ai giovani

Vogliamo proporvi una riflessione sull’AC in linea con il momento di formazione che è stato proposto al coordinamento allargato di ACG.

Per parlare di AC occorre innanzitutto partire da un documento del Concilio Vaticano che definisce Azione Cattolica (Apostolicam Actuositatem no. 20). Vorremmo però soffermarci inizialmente su un passo del Vangelo e un breve commento fatto da Padre Mauro Lepori ad alcune famiglie ad Hauterive che ci mostra cosa significhi essere compagni di viaggio nella grande avventura della vita.

“Un giorno Gesù salì su una barca con i suoi discepoli e disse: “Passiamo all’altra riva del lago”. Presero il largo. Ora, mentre navigavano, egli si addormentò. Un turbine di vento si abbatté sul lago, imbarcavano acqua ed erano in pericolo. Accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Maestro, maestro, siamo perduti!”. E lui, destatosi, sgridò il vento e i flutti minacciosi; essi cessarono e si fece bonaccia. Allora disse loro: “Dov’è la vostra fede?”. Essi intimoriti e meravigliati si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui che dà ordini ai venti e all’acqua e gli obbediscono?”

Padre Mauro evidenzia che la barca che traversa il lago è un simbolo della vita, di quel passare da una riva all’altra che è proprio della nostra vita. Siamo tutti imbarcati verso una riva a cui siamo destinati da Cristo stesso. È Lui infatti che comanda ai discepoli: “passiamo all’altra riva del lago”. In fondo, quando siamo concepiti, creati da Dio in Cristo, quando nasciamo, quando siamo battezzati, riceviamo questo comando, questo invito ad attraversare la vita verso un’altra riva, verso un destino eterno.

Ma è subito chiaro che non si può passare da una riva all’altra con un passo. C’è un passaggio, c’è una traversata da fare. Una traversata che implica l’attraversamento di una dimensione meno sicura, più instabile e minacciosa. Quando si lascia una riva per un’altra, non è ancora evidente che si raggiunga veramente l’altra riva, e non si sa quando si arriverà. Allora, il rischio è che l’instabilità del lago e la stabilità relativa e artificiale della barca facciano prevalere una paura, un’insicurezza, sulla tensione verso lo scopo dell’attraversata.

La vita è un passaggio teso ad un destino sicuro, ma un passaggio instabile, un passaggio la cui sicurezza non è data dalla vita stessa, così come la sicurezza della traversata del lago non è data dall’acqua. Si è tentati allora di stabilizzare l’acqua, rimanendo nel porto, o di aspettare che l’acqua congeli a 20 gradi sotto zero. Ma allora si sacrifica alla sicurezza la traversata, e quindi il raggiungimento della destinazione.

 

È bene, conclude padre Lepori, che la vita rimanga “liquida”, oscillante e instabile, e imprevedibile, perché queste sono le condizioni necessarie per poterla attraversare, e quindi per muoversi veramente verso la meta, la destinazione, il destino.

Ci chiediamo: cosa è AC per noi? È questo essere compagni sulla barca della vita. Se non è questo, allora non ha senso fare AC. E l’AC ha delle caratteristiche ben precise, caratteristiche che sono garanzia, che ci garantiscono che – se seguite – ci permettono di navigare, di partire, di fare questa traversata. Senza queste caratteristiche siamo fermi. Possiamo anche porci tante domande, ma ce le stiamo facendo fuori dalla barca, sulla terra ferma.

La Chiesa ha dato delle caratteristiche ben precise all’AC in un documento che si chiama Apostolicam Actuositatem.

In sintesi, possiamo definire quattro punti:

  1. Il fine è il fine apostolico della Chiesa:
    • a. Evangelizzazione
    • b. Santificazione
    • c. Formazione cristiana
  2. I laici, collaborando con la gerarchia, portano la loro esperienza e assumono la loro responsabilità nel dirigere tali organizzazioni.
  3. I laici agiscono uniti
  4. I laici agiscono sotto la superiore direzione della gerarchia medesima

Già questi quattro punti sono sufficienti per riflettere a lungo su quanto siamo “di AC”. Due aspetti sono interessanti: formazione cristiana e unità. Formazione dove “il laico, fin dall’inizio della sua formazione, impari gradualmente e prudentemente a vedere tutto, a giudicare e a agire nella luce della fede” (AA 29). Formazione quindi come capacità di giudicare tutto, di dare un giudizio su tutti gli aspetti della vita. Quindi, necessariamente, formazione che deve essere continua perché ogni età della vita ha le sue caratteristiche. Per un approfondimento, Apostolicam Actuositatem tratta la formazione ai punti 28-29. L’unità sarà argomento di una prossima puntata….

Questi sono i criteri. Sono la base con la quale siamo chiamati a giudicare ogni iniziativa, decisione, incontro,… Tutto deve essere giudicato a partire da questi criteri.

Significa che possiamo fare tutto ma occorre avere bene in chiaro le ragioni per cui si fanno le cose, avere in chiaro quale sia il fine educativo, il nesso con il progetto annuale.

Più l’AC applica quanto descritto in AA e più sarà garanzia di una barca e di un’acqua “meno movimentata”. Non si tratta di dire “giusto” o “sbagliato”. Si tratta di trovare il modo di formare il più possibile il giovane di AC come “laico in prima linea”. Questa in sintesi è la caratteristica – e la garanzia – dell’AC: l’essere in prima linea con la Chiesa e nella Chiesa.

 

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OSSIGENARSI … HAI UNA VITA INTERIORE? Quante volte il medico, visitandoti, ti dice “respira profondamente” … e i polmoni si gonfiano d’ossigeno! C’è una geografia dell’anima da conoscere, un turismo interiore da programmare allo stesso modo di quando ti organizzi per il mare o per la montagna. L’anima ha bisogno di cure? Si ammala? Penso di sì. Lo vedo, lo noto, lo sento parlando con tanti di voi ragazzi; quando parliamo di spiritualità vi irrigidite o avete gli occhi un po’ persi nel vuoto, come se vi trovaste di fronte ad una teoria incomprensibile, che non ha a che fare con la vostra esistenza. Però prendete in rassegna il vostro modo di trascorrere le giornate, emergono l’incapacità di ascolto, la latitanza di attenzioni in casa, la caduta della speranza e dei progetti e magari movenze più da robot che da uomo con la testa sul collo.

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