La parola dell'assistente Marzo
28.02.2010 22:46 a cura di Don Rolando Leo
C’È UN TEMPO PER OGNI COSA: fare, lasciar fare e ricevere!
Carissime/i!
Certo! Ci rendiamo conto che ogni cosa ha il suo tempo: l’estate per riposare e divertirsi, il periodo scolastico per impegnarsi e relazionare con gruppi di coetanei, l’inverno per muoversi un po’ meno, stare più in casa e praticare qualche sport invernale. Poi però ci sono dei momenti speciali all’interno di queste stagioni di vita dell’anno; momenti che fanno riflettere, che riguardano la nostra vita, la nostra nascita e la domanda “cosa ci faccio qui? A cosa serve vivere?”.
Cari ragazzi! Domande difficili? Certo! Ma è qui il bello! Già un personaggio biblico dell’Antico Testamento, a più riprese, Qohelet, aveva riflettuto a questo proposito, affermando che c’è un tempo per gioire, per vivere, per piangere, per impegnarsi, per divertirsi, per morire. Un tempo per addormentarsi ed uno per svegliarsi, uno per riposarsi ed uno per progettare, per faticare. Ce n’è uno anche per fidarsi! Noi che siamo cristiani, credenti, viviamo questo tempo di fiducia per tutta la vita.
Nella vita del contadino c’è il tempo della fatica, ci ricorda Stefano Biancu con una sua riflessione sull’autore biblico, filosofo e ricercatore in Scienze delle Religioni; ma anche quello dell’abbandono fiducioso, appunto, alla vitalità della terra e alle piogge del cielo. Senza questo presupposto, il suo levarsi di buon mattino e il suo sgobbare non avrebbe senso.
Nel nostro vivere quotidiano moderno ci distruggiamo di lavoro, peggio del contadino, perché non ci aspettiamo più nulla gratuitamente dalla vita, dalla terra e dal cielo! Tutto va conquistato perché non esiste possibilità di ricevere nulla in dono. Risultato? Si lavora di più, con più nervosismo ed invidia, e si ottiene di più e il tempo del riposo serve esclusivamente per ricaricare le batterie.
Ma è giusto vivere così e considerare il lavoro e la fatica come una sorta di sforzo da neutralizzare con un momento di riposo per poi ricominciare? È questa la vita che ha senso?! Faticare, mangiare, riposare, morire un giorno??
La lezione di Qohelet sembrerebbe un po’ diversa: c’è un tempo per fare, uno per lasciar fare ed uno per ricevere!
Il senso della vita come lavoro sta nella vita come riposo! Possiamo lavorare con fiducia perché molto più grande è ciò che la vita può darci rispetto a quanto mai potremo conquistarci con le nostre forze.
Occorre forse ripensare la nostra vita moderna: andare avanti con gli acquisti della domenica ai centri commerciali e con l’incapacità di ritagliarci lo spazio minimo per una preghiera quotidiana, magari in famiglia? Se l’eucaristia domenicale e la preghiera del mattino diventano un dovere che si aggiunge a mille altri, meglio lasciar perdere!
Se però durante questa Quaresima ci prendessimo l’impegno di riscoprire i vari tempi del nostro esistere come occasione per sperimentare l’abbondante Gratuità che precede ogni nostra possibile fatica (che ci libera da un’opprimente dovere), cioè come piccole unità di tempo che danno senso al tempo come kairos, come grazia, dono, allora forse scopriremmo maggior senso, daremmo maggior significato ed importanza alla vita in quanto le nostre azioni diventerebbero convergenti (non disincarnate o fini a sé stesse), guardando un unico orizzonte.
Solo così potremo riscoprire che vale la pena affaticarsi; proprio perché anche da altri (non siamo soli) e da Altro sono garantiti i frutti.
Fidiamoci ed affidiamoci di più!!
Certo! Ci rendiamo conto che ogni cosa ha il suo tempo: l’estate per riposare e divertirsi, il periodo scolastico per impegnarsi e relazionare con gruppi di coetanei, l’inverno per muoversi un po’ meno, stare più in casa e praticare qualche sport invernale. Poi però ci sono dei momenti speciali all’interno di queste stagioni di vita dell’anno; momenti che fanno riflettere, che riguardano la nostra vita, la nostra nascita e la domanda “cosa ci faccio qui? A cosa serve vivere?”.
Cari ragazzi! Domande difficili? Certo! Ma è qui il bello! Già un personaggio biblico dell’Antico Testamento, a più riprese, Qohelet, aveva riflettuto a questo proposito, affermando che c’è un tempo per gioire, per vivere, per piangere, per impegnarsi, per divertirsi, per morire. Un tempo per addormentarsi ed uno per svegliarsi, uno per riposarsi ed uno per progettare, per faticare. Ce n’è uno anche per fidarsi! Noi che siamo cristiani, credenti, viviamo questo tempo di fiducia per tutta la vita.
Nella vita del contadino c’è il tempo della fatica, ci ricorda Stefano Biancu con una sua riflessione sull’autore biblico, filosofo e ricercatore in Scienze delle Religioni; ma anche quello dell’abbandono fiducioso, appunto, alla vitalità della terra e alle piogge del cielo. Senza questo presupposto, il suo levarsi di buon mattino e il suo sgobbare non avrebbe senso.
Nel nostro vivere quotidiano moderno ci distruggiamo di lavoro, peggio del contadino, perché non ci aspettiamo più nulla gratuitamente dalla vita, dalla terra e dal cielo! Tutto va conquistato perché non esiste possibilità di ricevere nulla in dono. Risultato? Si lavora di più, con più nervosismo ed invidia, e si ottiene di più e il tempo del riposo serve esclusivamente per ricaricare le batterie.
Ma è giusto vivere così e considerare il lavoro e la fatica come una sorta di sforzo da neutralizzare con un momento di riposo per poi ricominciare? È questa la vita che ha senso?! Faticare, mangiare, riposare, morire un giorno??
La lezione di Qohelet sembrerebbe un po’ diversa: c’è un tempo per fare, uno per lasciar fare ed uno per ricevere!
Il senso della vita come lavoro sta nella vita come riposo! Possiamo lavorare con fiducia perché molto più grande è ciò che la vita può darci rispetto a quanto mai potremo conquistarci con le nostre forze.
Occorre forse ripensare la nostra vita moderna: andare avanti con gli acquisti della domenica ai centri commerciali e con l’incapacità di ritagliarci lo spazio minimo per una preghiera quotidiana, magari in famiglia? Se l’eucaristia domenicale e la preghiera del mattino diventano un dovere che si aggiunge a mille altri, meglio lasciar perdere!
Se però durante questa Quaresima ci prendessimo l’impegno di riscoprire i vari tempi del nostro esistere come occasione per sperimentare l’abbondante Gratuità che precede ogni nostra possibile fatica (che ci libera da un’opprimente dovere), cioè come piccole unità di tempo che danno senso al tempo come kairos, come grazia, dono, allora forse scopriremmo maggior senso, daremmo maggior significato ed importanza alla vita in quanto le nostre azioni diventerebbero convergenti (non disincarnate o fini a sé stesse), guardando un unico orizzonte.
Solo così potremo riscoprire che vale la pena affaticarsi; proprio perché anche da altri (non siamo soli) e da Altro sono garantiti i frutti.
Fidiamoci ed affidiamoci di più!!
Buon cammino!
Il vostro assistente.
Il vostro assistente.


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